Sulla base delle norme Ue, un gruppo di etichette regionali supera i parametri sulle sostanze nocive Acqua minerale, sospese 126 piccole marche Due decreti sulla gazzetta ufficiale: "Non è garantita la sicurezza"
MILANO - Il ministero della sanità ha scoperto che parecchie marche di acque minerali, per lo più piccole, tra le meno note, e con mercati locali, non sono in regola con i nuovi e più restrittivi parametri di legge sulle sostanze nocive fissati un anno fa a livello europeo. Perciò con due decreti emessi il 28 dicembre, firmati dal direttore generale della prevenzione sanitaria Donato Greco, ne ha dichiarate fuori norma 126, per le quali ha «sospeso la validità dei decreti di riconoscimento» a partire dal primo gennaio. Ora toccherà alle Regioni decidere i provvedimenti di competenza, dal ritiro dei prodotti dal commercio alla sospensione delle concessioni per attingere l´acqua dalle fonti. Undici le acque minerali «sospese» perché «non può ritenersi garantita la tutela della salute dei consumatori». Per sette di queste, il valore del parametro di arsenico è risultato «superiore al limte previsto dalla normativa vigente»: si tratta della «Diamante» di Codrongianos, la «Fonte Garbarino» di Lurisia, la «Fontealta» di Roncegno, la «Giulia» di Anguillara, la «Francesca» di Rionero in Vulture, la «Nevissima» di Vinadio, la «Virginia» di Prata Camportaccio. Altre quattro hanno superato i limiti previsti per il manganese: la «San Paolo» e la «San Pietro» di Roma, la «San Lorenzo» di Bognanco, la «Sanfaustino» di Massa Martana. Per altre 115 acque minerali di varie regioni la «sospensione» è dovuta invece al fatto che queste aziende non hanno inviato al ministero entro il termine fissato del 31 ottobre scorso, i certificati delle analisi relative alla determinazione della presenza di arsenico, manganese e antimonio nell´acqua. Per Mineraqua, l´associazione che raggruppa le acque minerali, si tratta solo di «sospensioni temporanee» che riguardano «prodotti locali che rappresentano una piccolissima quota del mercato». Inoltre, dice il presidente di Mineraqua, Ettore Fortuna, «la stragrande maggioranza di queste acque minerali non è mai stata in commercio o non lo è più da tempo».
IL CASO Ecco le etichette pugliesi sospettate di essere fuori legge Cinque acque minerali nel mirino del ministero Non rispettano la legge sulla concentrazione di arsenico, antimonio e manganese Fuori norma cinque etichette pugliesi di acqua minerale. Il ministero della Sanità ha confermato, con un decreto pubblicato il 30 gennaio sulla gazzetta ufficiale, che sei marche di acqua commercializzate nella regione non rispettano la legge sulla concentrazione di arsenico, antimonio e manganese. In tutta Italia sono 115 gli imbottigliatori a rischio, mentre in Puglia il ministero ha decretato lo stop per le acque "Della Grotta" e "Montechiaro" di Conversano, la "Canali" di Carmiano (Lecce), la "Giardinella" di Fasano (Brindisi) e "Valle d´Itria" di Martina Franca. Le minerali, non rispettando la direttiva europea 40 del 2003 che prevede limiti più severi per alcuni metalli pesanti disciolti, dovrebbero essere ritirate dal commercio. Il ritiro della licenza ministeriale è infatti il primo passo per il disconoscimento da parte della Regione dell´autorizzazione a imbottigliare, mentre i carabinieri dei Nas potrebbero intervenire impedendo l´ulteriore diffusione delle bottiglie sulle tavole dei pugliesi. Il decreto del ministero colpisce anche un´azienda di Rionero in Vulture, in provincia di Potenza, da dove arriva buona parte dell´acqua consumata in Puglia. E´ la "Francesca di Rionero" che secondo i tecnici del ministero "supera i limiti previsti dalla legge per quanto riguarda l´arsenico". Il limite di 10 mg al litro di arsenico, comune per tutte le acque potabili di rubinetto come quella fornita dall´Acquedotto Pugliese e dalle altre aziende pubbliche, è stato imposto alle acque minerali in bottiglia solo l´anno scorso, causando non pochi grattacapi alle aziende di bollicine e "acque leggere e naturali". Le cinque ditte pugliesi infatti si sono limitate a non comunicare al ministero della Salute i dati relativi alle analisi, un compito che spetta direttamente alle società di imbottigliamento che di solito si servono di laboratori di analisi pubblici. Nell´elenco delle 115 aziende bloccate in tutta Italia non ci sono i grossi nomi che si dividono oltre la metà del mercato, con le multinazionali che investono milioni di euro in pubblicità per un prodotto che alla fonte costa meno di 50 centesimi di euro al metro cubo ed è ancor meno tassata dalle Regioni che concedono l´uso delle sorgenti. |