Per quanto l'Italia faccia parte dei paesi più sviluppati al mondo, il diritto di accesso all'acqua potabile è ancora in certe zone limitato sul piano quantitativo e, soprattutto qualitativo, il che spiega perché l'Italia figura al primo posto al mondo per consumo pro-capite d'acqua minerale in bottiglia. Situazioni locali di disfunzionamento burocratico, d'incuria gestionale e di corruzione politica ed economica, hanno spinto molte collettività locali ad abbandonare la gestione pubblica dei servizi d'acqua per affidarli a società private. La tendenza alla privatizzazione sembra imporsi a passi da giganti nell'indifferenza quasi generale.
Il primo nodo dell'agenda politica italiana in materia d'acqua è la banalizzazione accettata della trasformazione dell'acqua da bene comune vitale in un bene economico privato, nella credenza che se l'acqua è trasformata in una merce con un prezzo determinato dal mercato, si può realizzare una gestione dell'acqua più efficace e nell'interesse di tutti. Eppure la grande maggioranza degli italiani è servita, non senza successo, da imprese pubbliche intercomunali di alta qualità tecnica, manageriale ed umana.
Il secondo nodo è rappresentato dello stato pietoso della gestione del territorio. I disastri naturali (alluvioni, siccità...) che colpiscono frequentemente il nostro paese rivelano le debolezze strutturali della gestione del territorio su tutti i suoi aspetti. Non é sufficiente reagire in stato di emergenza. E' urgente che la politica italiana metta fine al dissesto urbanistico, al "mal-governo" dei bacini fluviali, alla debolezza delle lotta contro la deforestazione, gli inquinamenti agricoli ed industriali e gli sperperi domestici.
Il terzo nodo risiede nell'estrema molteplicità e diversità dei regimi locali di proprietà, d'uso e di gestione delle risorse idriche, che non consente una visione coerente ed integrata a livello regionale e nazionale. Regole moderne convivono con regole ancestrali sulle quali si fondono diritti ed usi "antichi" frammentati, atomizzati che consentono uno "sfruttamento" individualistico di notevoli risorse d'acqua.
Di fronte a tale situazione, il nostro Comitato propone che la POLITICA DELL'ACQUA diventi uno dei temi centrali dell'agenda pubblica nazionale nel corso dei prossimi cinque anni.
A tal fine è necessario aprire un grande dibattito nazionale sulle tendenze alla privatizzazione. A nostro avviso l'acqua deve essere riconosciuta dalla legge come un bene comune pubblico. Essa deve restare o (ri)diventare di proprietà e gestione pubblica, sapendo che l'acqua in Italia non appartiene agli italiani ma all'umanità, alla vita, e che gli italiani hanno il diritto di accesso all'acqua del Paese in solidarietà con le altre popolazioni e le generazioni future. |